19 luglio 1943: il bombardamento di San Lorenzo

Oggi, 19 luglio, ricorre l’annuale anniversario del bombardamento del quartiere romano San Lorenzo, uno degli eventi più drammatici, più noti e sentiti della storia della Roma moderna. Lapidi, targhe, monumenti che punteggiano il quartiere costruiscono un percorso urbano attraverso il ricordo. Una giusta memoria storica che anche noi desideriamo tenere viva con una passeggiata che si svolgerà proprio il prossimo 19 luglio.

1943, è il quarto anno del Secondo Conflitto Mondiale, il terzo per l’Italia: l’Asse Roma-Berlino è in affanno, pesano sugli italiani le sconfitte militari subite in Grecia (1940),  Libia (1940), Corno d’Africa (1941), Egitto (El Alamein, 1942); sulle spalle dei tedeschi grava il macigno del fallito assedio di Stalingrado e della conseguente, rovinosa ritirata (1942).

Nel frattempo la Gran Bretagna, l’Urss e gli Stati Uniti elaborano una strategia per combattere il comune nemico nazifascista, e nel gennaio 1943 si riuniscono nella conferenza di Casablanca, in Marocco, per dare avvio a un’imponente azione militare congiunta che, muovendosi strategicamente dal Nord Africa (sotto il controllo Alleato), riconquisterà l’Europa del versante meridionale a partire dal cosiddetto “ventre molle” del Vecchio Continente: l’Italia, appunto. Un’Italia molle, debole per via della crisi in cui versano gli eserciti italiani e per questioni interne, e inoltre una penisola geograficamente in posizione “comoda”, perché vicina, rispetto alle coste africane settentrionali in cui gli Alleati hanno basi militari.

La distruzione dell’Asse Roma-Berlino è l’obiettivo imprescindibile e inevitabile ai fini della risoluzione del conflitto, e pertanto lo scontro prosegue secondo il principio della “resa incondizionata” su cui le tre parti alleate concordano. Si va avanti dunque a oltranza, senza limite di tempo alcuno né di costi, anche umani, fino a quando il nazifascismo non sarà definitivamente sradicato e annientato.

Gli Alleati sbarcano dunque a Pantelleria il 12 giugno 1943 e in Sicilia il 10 luglio: ha così inizio la risalita via terra lungo tutta la penisola, una riconquista lunga e drammatica, che prevede naturalmente anche l’attacco aereo.

È così che la mattina del 19 luglio ben 270 bombardieri decollano dalle basi poste in Libia, Tunisia, Algeria, per arrivare a sganciare su Roma  il loro carico di bombe.

Roma, la Città Eterna: una capitale spossata dal caldo e dal regime, almeno in parte. Una città già messa alla prova da tre anni di guerra,  dalle privazioni che il conflitto inevitabilmente ha già causato, sebbene gli stenti non abbiano ancora raggiunto il livello drammatico che si registrerà nei mesi successivi, fra il settembre 1943 e il giugno 1944, quando i tedeschi procederanno a occupare la città, limitare i razionamenti di cibo, impoverire rifornimenti in generale e, soprattutto, rastrellare, torturare e uccidere senza pietà alcuna.

Eppure, quando la mattina del 19 luglio i romani scorgono in lontananza i primi aerei e ne odono il rombo dei motori, le prime reazioni (così come ce le raccontano i testimoni nei vari resoconti, diari, interviste che oggi fortunatamente possiamo consultare) non sono di immediate consapevolezza, paura e fuga verso rifugi sicuri. Piuttosto molti testimoni raccontano delle iniziali curiosità e incredulità, e solo in un secondo momento del panico che infine inevitabilmente si genera quando si comprende cosa accadrà di, lì a pochi istanti. Quando ormai però, purtroppo, sarà troppo tardi.

Già, perché infatti i romani sono certi che la loro città non sarà neppure sfiorata da quelle bombe che invece, si sapeva, distruggevano già le cittadine vicine. All’ombra del Cupolone e del Colosseo i romani si sentono al sicuro: a Roma ci sono i monumenti antichi, a Roma c’è il papa. Roma è la custode di un patrimonio culturale e artistico unico al mondo, percepito come sacro e inviolabile; ed è anche la città del papa, dell’autorità religiosa e diplomatica della Città del Vaticano, uno stato piccolissimo ma pur sempre un pezzo di Storia e, in quanto tale inattaccabile. Ed invece non va così, e le bombe cadono a tonnellate.

E allora perché Roma? Proprio per quegli stessi motivi per cui paradossalmente i romani si sentono al sicuro: Roma è una città-simbolo dalle molteplici valenze, politiche, culturali, identitarie; e dunque colpire la città significa colpire la nazione e l’immaginario occidentale tutto. Con il bombardamento «non crollava solo il regime, crollava un’idea di Italia e il mito di Roma» (V. Vidotto).

E allora poi, perché di tutta Roma proprio San Lorenzo?  Perché lì si trovava anche allora una fra le stazioni ferroviarie più importanti, arteria di comunicazione e scalo di arrivo e smistamento dei rifornimenti che i nazifascisti spedivano all’esercito italo-tedesco appostato lungo la Linea Gustav, che si allungava dalla foce del Garigliano fino a Chieti.

Il 19 luglio gli aerei degli Alleati centrano l’obiettivo: lo scalo ferroviario è distrutto, le rotabili divelte, i convogli saltati, i capannoni incendiati. Anche le “immediate vicinanze” della stazione sono devastate: sono le abitazioni civili, le strade e le piazze, i luoghi della vita quotidiana dei romani di San Lorenzo, in buona parte operai e ferrovieri, rigorosamente antifascisti.

Fin dalla nascita (e del resto, mutatis mutandis, ancora oggi) San Lorenzo era un quartiere popolare e popoloso, in cui convivevano (come ancora oggi) comunità di immigrati provenienti da varie regioni d’Italia, accomunati da impegno politico, vitalità, solidarietà sociale e miseria. È qui, non a caso, che nei primissimi anni del ‘900 Maria Montessori apre una Casa dei bambini, piccola ma fondamentale istituzione che ha accolto, fra gli altri, anche i bimbi rimasti orfani e poi sfollati in seguito al tremendo terremoto di Messina e Catania del 1908. Una zona, dunque, che più di altre è caratterizzata da quel collante fondamentale che sono la solidarietà sociale e il senso di appartenenza a una comunità di quartiere.

Per la verità fra gli obiettivi di quel 19 luglio rientrano anche gli aeroporti Littorio e Ciampino e altri punti strategici quali snodi di smistamento e complessi industriali situati lungo le vie consolari. Per le medesime ragioni strategiche il secondo bombardamento, quello del 13 agosto, colpisce la zona nei pressi della stazione Casilina e i 51 bombardamenti a venire (53 se ne conteranno in tutto, a Liberazione avvenuta, il 4 giugno 1944)  centreranno pertanto anche il Prenestino, il Casilino, il Labicano, e le aree fra le vie Tuscolana e Nomentana, sebbene poi si sappia ormai che anche altri quartieri, non di primo interesse strategico, sono stati comunque coinvolti.

Ma il primo bombardamento è quello di San Lorenzo. Alle 11.03 del 19 luglio i 662 bombardieri americani, scortati da 268 caccia, volano a una quota di 20.000 piedi (twenty angels), l’altezza giusta per poter sfuggire alla risposta della contraerea italiana, e scaricano 1060 tonnellate di bombe.

Piazza dei Sanniti dopo il bombardamento in una foto storica
Piazza dei Sanniti dopo il bombardamento in una foto storica

Nelle parole del partigiano Rosario Bentivegna (futuro gappista col nome di Sasà), all’epoca studente presso la facoltà di Medicina della Università La Sapienza, la prima bomba colpisce l’edificio del Policlinico di Medicina clinica, la seconda l’Istituto di Igiene, la terza il reparto di Ortopedia.

E poi, estremo oltraggio, gli ordigni non risparmiano il cimitero del Verano: anche le sepolture vengono dissotterrate e scoperchiate dalla forza devastatrice delle bombe, I morti letteralmente si rivoltano nelle loro tombe.

Dopo qualche ora, a fine incursione, quando si procede al recupero e alla conta delle vittime, i cadaveri vengono allineati proprio nel largo piazzale antistante il cimitero, accanto alla bellissima basilica di San Lorenzo fuori le Mura, anch’essa sventrata, il tetto crollato; una chiesa scoperchiata, quasi implosa, collassata su se stessa.

Scheggia di bomba nel chiostro della Basilica di San Lorenzo (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]
Scheggia di bomba nel chiostro della Basilica di San Lorenzo (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]

Vittime civili: più di 3000, fra i deceduti all’istante, coloro che periscono per le ferite riportate, e coloro che inoltre sono colpiti dai concomitanti mitragliamenti aerei. Circa 11.000 i feriti, moltissimi dei quali con lesioni permanenti; 40.000 gli sfollati. Servizi quali gas, luce, acqua vengono sospesi, proprio nei giorni per di più segnati da un pesantissimo caldo estivo.

Alle 17,20 di quel giorno il pontefice Pio XII Pacelli si reca davanti alla basilica distrutta, per verificarne le effettive condizioni e soprattutto per portare il proprio conforto alla cittadinanza sconvolta.

Vale la pena confutare ancora una volta il fraintendimento storico che riguarda la celebre fotografia che mostra il papa quasi di spalle e  davanti alla folla, con le braccia aperte in posizione di croce, lo sguardo rivolto verso il cielo mentre gli astanti lo guardano con ansia: l’immagine è stata scattata durante la visita del papa subito dopo il bombardamento, ma in quella foto il pontefice non si trova a San Lorenzo bensì davanti alla Cattedrale di Roma, a San Giovanni in Laterano. Le altre foto scattate in quella medesima occasione, infatti, con inquadrature da altri punti di vista, ci mostrano chiaramente i fregi della facciata della grande chiesa.

Eppure la forza icastica di quella fotografia, il cui sfondo è stato a lungo  erroneamente collocato a San Lorenzo, ha  confortato l’immaginario dei romani (e probabilmente anche quello di molti italiani) provati dalla tragedia, e ha accompagnato gli sforzi della popolazione civile tutta anche a conflitto terminato, durante l’immenso sforzo della ricostruzione (il pontificato pacelliano termina infatti nel 1958).

Statua di Pio XII Pacelli in Piazzale del Verano (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]
Statua di Pio XII Pacelli in Piazzale del Verano (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]

Il giorno dopo, il 20 luglio, su un edificio all’inizio di via Casilina appare una scritta: «Meio l’americani su la capoccia che Mussolini tra li cojoni!»… I nostri lettori certamente sapranno tollerare di queste colorite parole, un’ironia molto “romana” che con efficacia ci restituisce lo stato d’animo di sfinimento, ma anche di innato sarcasmo, dei cittadini capitolini.

È forse per via di quest’esasperazione che Mussolini visita San Lorenzo alcune ore dopo i fatti, e nottetempo. Pochi giorni dopo, il 25 luglio, il Duce verrà arrestato e  il re Vittorio Emanuele III nominerà capo del governo il maresciallo Pietro Badoglio. Alcune settimane dopo i paracadutisti tedeschi libereranno Mussolini dalla sua prigione a Campo Imperatore (12 settembre), e di lì a pochi giorni egli darà vita a Salò alla neofascista Repubblica Sociale Italiana (RSI).

Il 13 agosto un secondo bombardamento alleato colpisce duramente la città, questa volta l’obiettivo è la linea ferroviaria Roma-Napoli che transita lungo il quartiere Casilino. Il 14 agosto, a seguito di queste tragedie, Roma viene dichiarata “città aperta”, cioè demilitarizzata e non sottoposta ad azioni di guerra. Gli Alleati, tuttavia, non riconoscono questo status, e le conseguenze di questo mancato riconoscimento saranno dolorose e durissime.

Infine, a pochissime settimane di distanza dai primi due bombardamenti, il 10 settembre a Porta San Paolo si spengono nella sconfitta i disperati tentativi di resistenza da parte dei cittadini romani (civili, militari, religiosi) contro l’occupazione tedesca della città. Così ha inizio per Roma un tragico assedio che si concludera il 4 giugno 1944 con l’ingresso in città degli Alleati proprio dalla zona sud, dalla via Casilina.

2020, sono passati quasi 80 anni da quel 19 luglio 1943: eppure, nonostante il fluire inesorabile del tempo, non di rado capita di incontrare le voci dei testimoni di quelle ore, di coloro che hanno saputo ricordare con lucidità nonostante il panico, e che ancora oggi sanno raccontare con passione la tragedia di quelle bombe ma anche l’immane sforzo della sopravvivenza nei mesi dopo, e della tenace volontà di ricostruzione negli anni che seguirono.

Lapide in Via dei Ramni (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]
Lapide in Via dei Ramni (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]

È molto interessante, inoltre, notare quanta documentazione sia lentamente emersa nei decenni. Di particolare interesse è la memorialistica privata: annotazioni o veri e propri diari che poi gli autori hanno voluto pubblicare anni dopo, quando anche la storiografia ha iniziato a fare i conti con il passato, e quando si sono fatte sentire l’urgenza di non dimenticare e l’importanza di trasmettere la memoria storica alle generazioni future.

Non molto tempo fa, fra i tanti libri generosamente lasciati in omaggio per il pubblico dalla mia biblioteca di quartiere, mi è capitato fra le mani il diario di Remo Branca, pittore, incisore, giornalista e scrittore (Sassari 1897-Roma 1988). Si intitola Giorni di Roma 1942-1944 e dalle sue pagine leggiamo il racconto delle ore confuse e disperate di quel 19 luglio:

Stamane il cielo era più limpido e folgorante del solito […]. Sono alla mia scrivania, vicino alla finestra che guarda la piazza dello Studium Urbis […]. Ululano le sirene: guardo l’orologio, sono le 11 e 5; ma rimango al mio tavolo di studio e di scorribande intellettuali: a Roma non vengono! […] Il fischio però aumenta, si avvicina sulla mia testa […], lascio tutto e scappo di corsa; nel medesimo istante la terra trema, i vetri scoppiano, gli orecchi rintronano di cupi boati. Quando sto per raggiungere un rifugio capisco con ansia che già, non troppo distanti, scoppiano le prime bombe […]. I giovani più composti, le donne agitate si addossano ai muri gridando. Un  altro scoppio, tutto pare che vacilli, la luce si spegne fra grandi, estremi spaventi. […] Non mi rimane che addossarmi ad un pilastro e attendere pregando, mentre le ondate degli scoppi si succedono ad intervalli. Sono passate tre ore. […] Finalmente stanchi, soffocati dal caldo e dall’aria densa, polverosa, si può uscire.

A bombardamento cessato quale disastroso, spettrale e sconvolgente spettacolo si pari davanti agli occhi dei superstiti, possiamo invece leggerlo attraverso le struggenti parole di Elsa Morante ne La Storia, il celebre romanzo ambientato appunto nella Roma di quegli anni di guerra:

Al cessato allarme, nell’affacciarsi fuori di là, si ritrovarono dentro una immensa nube pulverulenta che nascondeva il sole, e faceva tossire col suo sapore di catrame: attraverso questa nube, si vedevano fiamme e fumo nero dalla parte dello Scalo Merci. Sull’altra parte del viale, le vie di sbocco erano montagne di macerie, e Ida, avanzando a stento con Useppe in braccio, cercò un’uscita verso il piazzale fra gli alberi massacrati e anneriti. Il primo oggetto riconoscibile che incontrarono fu, ai loro piedi, un cavallo morto, con la testa adorna di un pennacchio nero, fra corone di fiori sfrante. […] Il loro caseggiato era distrutto. Ne rimaneva solo una quinta, spalancata sul vuoto. Cercando con gli occhi in alto, al posto del loro appartamento, si scorgeva, fra la nuvolaglia del fumo, un pezzo di pianerottolo, sotto a due cassoni dell’acqua rimasti in piedi. Dabbasso delle figure urlanti o ammutolite si aggiravano fra i lastroni di cemento, i mobili sconquassati, i cumuli di rottami e di immondezze. Nessun lamento ne saliva, là sotto dovevano essere tutti morti. Ma certune di quelle figure, sotto l’azione di un meccanismo idiota, andavano frugando o raspando con le unghie tra quei cumuli, alla ricerca di qualcuno o qualcosa da recuperare.

Lo sconquasso, la devastazione, i detriti sono anche nel tratto rapido e graffiante dell’opera grafica, efficacemente espressiva, dell’incisore e pittore Renzo Vespignani (Roma, 1924-2001), che a San Lorenzo ha vissuto e che ai giorni del luglio 1943 ha dedicato un bel ciclo di disegni: da essi emergono le rovine, le macerie materiali e morali della città martoriata dal conflitto, la disgregazione e il degrado che inevitabilmente affliggono tutti gli uomini e le donne che vivono la guerra.

E poi leggiamo le parole di Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto 1888 – Milano 1970), scritte dal poeta pensando alle sepolture divelte dalle bombe nel cimitero del Verano, a quei morti due volte:

Cessate d’uccidere i morti,
Non gridate più, non gridate
Se li volete ancora udire,
Se sperate di non perire.

Hanno l’impercettibile sussurro,
Non fanno più rumore
Del crescere dell’erba,
Lieta dove non passa l’uomo.

Altrettanto conosciute sono le belle parole e le note della canzone di Francesco de Gregori San Lorenzo (1982) «Cadevano le bombe come neve/ il 19 luglio a San Lorenzo», e già solo questo incipit quasi commuove, con  quelle prime poetiche parole che associano, in un tragico ossimoro, la bellezza e la delicatezza del cadere lento e fitto della neve, la cui coltre bianca tutto avvolge, al cadere violento e impietoso delle bombe, la cui cieca crudeltà tutto annienta.

Molti sono anche i testimoni sconosciuti, gente comune che visse quella terribile esperienza e che, nonostante tutto, ebbe poi la forza di ricordare e di raccontare: l’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano (AR) è una istituzione che dal 1984 raccoglie e mette a disposizione per la consultazione decine diari privati, spontaneamente donati dagli autori o dagli eredi, al fine di costruire e conservare una memoria collettiva basata sulle testimonianze dirette e spontanee della gente comune. Ebbene, questo splendido archivio della Memoria conserva, fra gli innumerevoli altri, numerosi diari privati di cittadini e cittadine italiani che il 19 luglio 1943 erano lì, a Roma, a San Lorenzo.

Sono altresì preziosissime le testimonianze audiovisive dell’Archivio storico dell’Istituto Luce: filmati, immagini e registrazioni sonore che ancora oggi non hanno perso nulla della loro efficacia (oltre all’intrinseco valore documentale che ovviamente essi possiedono).

Nel 1955 Pier Paolo Pasolini pubblica il romanzo Ragazzi di vita, ambientato nella Roma dell’estate del 1946: le sue pagine ci restituiscono un paesaggio urbano e umano ancora segnato dalla guerra, dalla povertà, dal degrado. Ecco come appaiono San Lorenzo e i suoi dintorni nelle pagine pasoliniane:

colonne di operai, di sfaccendati, di madri di famiglia scese dal tram al Portonaccio, proprio sotto i muraglioni del Verano e che trascinavano le borse piene di carciofoli e cotiche, verso le casupole della via Tiburtina, o verso qualche grattacielo, costruito da poco, tra i rottami, in mezzo ai cantieri, ai depositi di ferrivecchi e di legnami.

I “ragazzi di vita” si muovono fra le periferie e il centro storico, fra la guerra appena finita e la ricostruzione che ancora deve cominciare, fra la disperazione più nera e qualche barlume di speranza:

Sparirono giù verso San Lorenzo, imboccando l’arco di Santa Bibiana. E già ch’erano da quelle parti, pensarono d’andarsi a fare una visitina a Tiburtino […]. Era la prima sera, e un bel freschetto rendeva allegra l’atmosfera nell’ora che gli operai tornano dal lavoro e le circolari passano piene come scatole d’acciughe, e bisogna aspettare tre ore sotto le pensiline per potercisi apprendere ai predellini. Da San Lorenzo, al Verano, fino al Portonaccio c’era tutta una festa, una caciara, un cori-cori.

Dunque, nonostante la tragedia, cogliamo in queste parole un istinto di sopravvivenza  che invita a vivere e a ricominciare.

E allora eccola nelle parole di Marco Lodoli, la vita che riprende e che si riappropria degli spazi fisici e sociali:

L’isola di questa vagabonda mattina è nata all’incrocio dei grandi temi della vita – il viaggio, la morte, la conoscenza – e li ha assorbiti con la disinvoltura e la noncuranza tipiche dello spirito romano. Siamo a San Lorenzo: da un lato preme confusamente il sapere dell’università, da un altro l’ansia della ferrovia, da un altro ancora il silenzio eterno del camposanto. […] A San Lorenzo i problemi si affrontano nel modo migliore, con impegno e con distacco, senza essere travolti da entusiasmi o avvilimenti eccessivi, perché la ferrovia insegna molte cose e il cimitero molte altre, e tra queste bisogna trovare un equilibrio e un senso. Tanti artisti hanno eletto questo quartiere quale luogo perfetto per dipingere e immaginare. C’è l’atmosfera che serve, inquietudine e pace, movimento e stasi, pub e onoranze funebri.

Come si evince, la vita rinasce sulle macerie di un passato doloroso che tuttavia non si dimentica, mentre la Storia continua a parlarci e ad insegnare.

Monumento in onore dei caduti per i bombardamenti di San Lorenzo (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]
Monumento in onore dei caduti per i bombardamenti di San Lorenzo (Foto: Associazione culturale GoTellGo, CC BY NC SA]

Riferimenti bibliografici

  • Giuseppe Ungaretti, Il dolore, Milano, Mondadori 1947
  • Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita, Milano, Garzanti, 1955
  • Francesco Vidotto, Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari, 2001
  • Robert Katz, Roma città aperta. Settembre 1943-Giugno 1944, Milano, Il Saggiatore, 2003
  • Marco Lodoli, Isole, Torino, Einaudi 2005
  • Remo Branca, Giorni di Roma 1942-1944, Stampa La Selescan, s.a.

[Chiara Morabito, storica dell’arte ed educatrice didattica, 13 luglio 2020]

 

 

 

 

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