Myanmar: 8 signore “appasseggio” a Yangon

Come promesso, raccontiamo tappa per tappa il viaggio delle 8 signore in Myanmar.

Prima tappa: due giorni a Yangon. A dire il vero, ci avevano detto che bastava un solo giorno per visitare la ex capitale del Myanmar, ma un giorno solo non è mai sufficiente per una grande città e in fin dei conti anche due giorni sono stati pochi.

In ogni caso, in stile Appasseggio, ci siamo studiate un itinerario che ci potesse dare una visione d’insieme della città.

Abbiamo iniziato dalla Pagoda Botataung, la seconda della città, letteralmente “dei mille ufficiali”. Sembra che i soldati del re avessero organizzato una guardia d’onore per celebrare l’arrivo di reliquie del Buddha dall’India. La pagoda, di origini antiche, è stata ricostruita a seguito della distruzione dovuta ai bombardamenti della seconda guerra mondiale. Inaspettatamente, nel corso dei lavori tornò alla luce un’ignota camera funeraria con un corredo di centinaia di oggetti preziosi e un reliquario con un capello di Buddha e altri frammenti corporei.

Ci rechiamo all’ingresso, paghiamo un biglietto (6000 kyat a persona) e naturalmente ci togliamo scarpe e calzini. Un cartello avverte rigorosamente che sono vietati socks, shoes, short skirts, short pants e spaghetti blouses. Lo ritroveremo per tutto il viaggio.

Foto: Gotellgo [CC BY NC ND]
Foto: Gotellgo [CC BY NC ND]
La grande pagoda dorata è in restauro e ci colpisce la grande impalcatura fatta di bambù intrecciato. I tubi Innocenti sono ancora sconosciuti in Myanmar.

Centinaia di birmani e turisti orientali recano offerte e pregano nel santuario.

Yangon: lo stupa della pagoda Botataung in restauro [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: lo stupa della pagoda Botataung in restauro [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
All’uscita, attraversiamo la strada e ci affacciamo nel tempio della Signora in verde. Una leggenda racconta che nel XX secolo giunse per l’appunto nel quartiere una signora vestita di questo colore che possedeva una ricchezza inestimabile di gioielli e pietre preziose.  Un giorno la signora sparì e non se ne seppe più nulla. Non tardò a diffondersi l’ipotesi che fosse diventata uno spirito benigno, un nat. E proprio per questo, ogni giorno, centinaia di devoti le offrono cesti di fiori, la supplicano e le regalano banconote.

Yangon: il tempio della signora in verde [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: il tempio della signora in verde [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Lasciamo quest’angolo della città e in macchina raggiungiamo il vecchio Strand Hotel, a pochi passi dal fiume Irrawaddy per dare inizio al nostro percorso coloniale. Lo storico albergo fu inaugurato nel 1901 per i soli bianchi dai due fratelli progettisti di origini armene Aviet e Tigran Sarkies, gli stessi che fondarono altri alberghi di lusso nel sud-est asiatico, come il Raffles di Singapore. John Murray nel suo manuale per i viaggiatori lo aveva definito il più bell’albergo a est del Canale di Suez, nel quale soggiornarono anche Rudyard Kipling, Somerset Maugham e Lord Mountbatten. Qualcuno di noi andrà anche a gustarvi un aperitivo in serata, in un’atmosfera fortemente vetusta e decadente.

Imbocchiamo Pansodan Street e costeggiamo una serie di edifici coloniali d’inizio Novecento, alcuni restaurati di recente, altri in stato di semiabbandono: il Myanmar Port Autorithy con l’inconfondibile torre, il Ministero dell’Agricoltura e dell’Irrigazione (in origine sede della Grindlay’s Bank), la Myanmar Economic Bank con la torre esagonale, l’Inland Water Transport, inaugurato nel 1933 quale sede della scozzese Irrawaddy Flotilla Company che gestiva la più grande flotta di navi fluviali al mondo, la Corte Suprema con la torre dell’orologio in mattoni rossi. Lungo la via si susseguono numerose bancarelle di libri. Troviamo un’edizione italiana di Giorni in Birmania di George Orwell, che scopriremo essere una pessima traduzione.

Raggiungiamo Mahabandola Garden Street con la Immanuel Baptist Church dalla caratteristica coppia di guglie appuntite e l’imponente edificio della City Hall al cui ingresso campeggiano dragoni sospesi e un pavone. Dall’altro lato della strada guadagniamo gli ordinati Giardini di Mahabandola che devono il nome al leggendario generale dell’esercito birmano, eroe della prima guerra anglo-birmana. Ci facciamo una foto di fronte al monumento che celebra l’indipendenza della Birmania, ottenuta nel 1948.

Yangon: il monumento dell'Indipendenza birmana nei Giardini di Mahabandola [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: il monumento dell’Indipendenza birmana nei Giardini di Mahabandola [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Guardando la mappa della città ci rendiamo conto di essere quasi al centro del reticolo a scacchiera della città coloniale edificata dai britannici. A pochi passi campeggia la Pagoda Sule, anche qui si conserva un capello del Buddha, da lui stesso donato ai fratelli e mercanti ambulanti Tapissa e Balika. La costeggiamo e non possiamo fare a meno di pensare che proprio quest’edificio funse da centro di raccolta degli attivitisti democratici nella rivolta del 1988 e nella celebre Rivoluzione Zafferano del 2007.

Yangon: Pagoda Sule [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: Pagoda Sule [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
A questo punto iniziamo a esplorare le stradine tra Mahabandola Road e Anawratha Road e ci perdiamo tra le centinaia di bancarelle che vengono street food e betel e il mercato su strada, dai mille profumi e dai mille colori con frutta, verdura, carne, pesce, polli vivi, gelato, spezie.

Yangon: mercato alimentare [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: mercato alimentare [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Siamo in un quartiere multietnico, e infatti incontriamo la piccola sinagoga Musmeah Yeshuah che purtroppo di domenica è chiusa e l’imponente tempio indu  eretto dai tamil per omaggiare la dea Kali. Lungo le direttrici principali grandi complessi di più recente costruzione ci ricordano il quarto piano di Corviale con le griglie su tutti i balconi.

Yangon: abitazioni in Anawratha Road [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: abitazioni in Anawratha Road [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Dopo una breve sosta, ci rechiamo nel pomeriggio alla celebre pagoda Schwedagon, il più grande tempio buddhista del Myanmar e simbolo dell’identità nazionale (biglietto d’ingresso: 10.000 kyat a persona). Si dice che custodisca ben otto ciocche di capelli del Buddha Gautama. Non riusciamo ad apprezzare lo splendore dello stupa dorato, anche qui circondato da una fitta impalcatura di bambù. Ci perdiamo però nella miriade di di santuari e padiglioni che circondano la terrazza e anche qui incontriamo centinaia di fedeli che pregano, cantano, meditano, si scattano dei selfie, tutti ugualmente gioiosi e sorridenti. Ci sediamo anche noi in un padiglione più tranquillo e leggiamo a voce alta un paio di capitoli delle Passeggiate in terra buddhista di Christine Jordis, un diario di viaggio che ci accompagnerà per tutto il viaggio.

Per i birmani, la data di nascita è un momento assai significativo. Nella Schwedagon, come in tutte le pagode importanti, alla base dello stupa sono collocati i punti planetari, ognuno dei quali rappresenta un giorno della settimana associato a un corpo celeste e a un animale, ma attenzione: nell’astrologia birmana i giorni della settimana sono otto perché il mercoledì è diviso in due. Con una ciotola i fedeli bagnano il proprio animale tante volte quante sono i propri anni più uno.

Ovviamente anche noi cerchiamo il nostro punto planetario, in base al nostro giorno di nascita. Qualcuna non sapeva che in giorno della settimana fosse venuta al mondo, nessun problema è comparso un vecchio ottantenne con un libretto che in pochi secondi ha fornito la risposta.

Yangon: Pagoda Schwedagon, santuario del giovedì [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: Pagoda Schwedagon, santuario del giovedì [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Comunque, per vostra utilità, ecco l’elenco dei giorni della settimana, con i simboli associati:

  • Lunedì (Luna, tigre)
  • Martedì (Marte, leone).
  • Mercoledì mattina (Mercurio, elefante con le zanne)
  • Mercoledì pomeriggio (luna crescente, elefante senza zanne)
  • Giovedì (Giove, ratto)
  • Venerdì (Venere, porcellino d’India)
  • Sabato (Saturno, serpente o naga)
  • Domenica (Sole, garuda, il mitico uccello-monte del dio indiano Vishnu)

Yangon: Pagoda Schwedagon: un gruppo di giovani birmani asciuga il pavimento scivoloso dopo la pioggia [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: Pagoda Schwedagon: un gruppo di giovani birmani asciuga il pavimento scivoloso dopo la pioggia [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Il secondo giorno, di lunedì, lo dedichiamo alla visita della Pagoda Kyauk Htat Gyi con l’enorme Buddha sdraiato lungo 72 metri protetto da un capannone di ferro poggiante su colonne in mosaico di vetro. Incredibile, ma anche questo Buddha è in restauro e si fa fatica a riconoscere tra le canne di bambù il viso dai tratti femminili con lunghe ciglia e ombretto azzurro. Ci soffermiamo però a osservare tra gli intrecci la pianta dei piedi, coperta da segni dorati portafortuna.

Yangon: Pagoda Schwedagon: il Buddha sdraiato nella pagoda Kyauk Htat Gyi [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: Pagoda Schwedagon: il Buddha sdraiato nella pagoda Kyauk Htat Gyi [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Non possiamo lasciare Yangon senza aver visto un mercato. Rinunciamo allo Scott Market, troppo turistico, per andare a visitare il mercato Theingyi Zei, suddiviso tra due edifici paralleli. Da un lato proliferano i rivenditori di borse, stoffe, longyi e artigianato, dall’altro il bazar cosiddetto della “medicina tradizionale”, dove si può trovare ogni sorta di erbe e spezie, trottole, candele e oggetti vari. E’ risaputo che l’elettricità in Myanmar è ballerina e naturalmente appena entrati nel mercato è saltata la corrente e ci siamo trovati nel buio più profondo, ma i birmani sono un popolo così tranquillo che non abbiamo avuto alcun timore e abbiamo continuato a gironzolare tra i banchi illuminati dalle candele e a fare qualche acquisto.

Yangon: rivenditore di spezie al Mercato Theingyi Zei [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: rivenditore di spezie al Mercato Theingyi Zei [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
All’uscita raggiungiamo in pulmino  il lago reale Kandawgyi realizzato dagli inglesi e lì ci concediamo un breve spuntino. Avendo più tempo, sarebbe bello passeggiare lungo le rive del lago, ma ci è rimasto un solo pomeriggio che dedichiamo alla visita della periferia di Yangon.

Yangon: baniano sulle sponde del lago Kandawgyi [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: baniano sulle sponde del lago Kandawgyi [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Per farlo prendiamo il trenino dei pendolari (Circle Line) alla Stazione Centrale e dopo una lunga serie di stazioni scendiamo a Insein per una breve passeggiata prima di riprendere il treno in direzione inversa.

Yangon: raggiungiamo il nostro treno alla Stazione centrale [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: raggiungiamo il nostro treno alla Stazione centrale [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Il lento viaggio in treno è uno spettacolo ora divertente, ora amaro, tra venditori di frutta e ortaggi che cercano di piazzare la merce nelle carrozze e le istantanee che via via si susseguono guardando dal finestrino: gruppi di persone lungo i binari, fetide casupole di bambù abitate dagli emarginati della capitale, quartieri residenziali, stazioncine più o meno affollate, mercati… , è una Yangon diversa, povera, esclusa, arretrata. 

Yangon: lungo la Circle Line [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Yangon: lungo la Circle Line [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Quando torniamo a Yangon è ormai il tardo pomeriggio inoltrato e si è fatto buio. Ci concediamo con degli amici birmani una piacevole e gustosa cena alla House of Memory (290 U Wisara Road) in un edificio di atmosfera coloniale, un tempo ufficio del generale Aung San, del quale si conservano numerosi cimeli in una saletta accessibile ai clienti.

Yangon: the House of Memory con i cimeli del generale Aung San [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]

[Maria Teresa Natale]

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