Myanmar: una giornata indimenticabile a Kakku nella magica terra dei Pa’O

La visita dell’area sacra di Kakku, nello Stato Shan, è una delle esperienze più emozionanti di un viaggio in Myanmar.

Arrivarci non è proprio semplice. Noi siamo partiti da Kalaw a bordo del nostro pulmino e per giungere a destinazione abbiamo impiegato circa tre ore.

Si deve necessariamente passare per la capitale dello Stato Shan, Taunggy (che in birmano significa “grande montagna”), nota soprattutto per il festival dei palloni aerostatici (balloon festival) che si svolge ogni anno a novembre in occasione dalla luna piena di Tazaungmon, quando si celebra la fine della stagione delle piogge. La tradizione di questa festa risale alla dominazione britannica del XIX secolo. In un grande piazzale al limitare della città, gli sfidanti fanno volteggiare nel cielo grandi palloni artigianali a forma di uccelli, elefanti, serpenti e altri animali che possono raggiungere un’altezza di alcune centinaia di metri.

Lungo la strada principale di Taungji il nostro driver accosta e ci fa scendere. Entriamo in una sorta di ufficio turistico (dotato di servizi pulitissimi) dove acquistiamo i biglietti per accedere all’area sacra (3 dollari a persona). Da qui in poi non possiamo più proseguire autonomamente e veniamo accompagnati da una guida locale di etnia Pa’O che sale sul nostro pulmino. I Pa’O sono una delle minoranze etniche del Myanmar, di religione buddhista, che parla una tibeto-birmana. Uomini e donne sono riconoscibili per i loro abiti scuri.

Nang Thet Thet Htwe, la nostra guida Pa'O[Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Nang Thet Thet Htwe, la nostra guida Pa’O [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Per raggiungere Kakku impieghiamo circa un’ora e venti. La strada è poco trafficata e il paesaggio è costellato da ambo i lati di infiniti campi ordinatamente coltivati per lo più a ortaggi.

Raggiunta la nostra meta, ci rechiamo all’ingresso dell’area sacra e come sempre ci dobbiamo togliere le scarpe ed entrare a piedi nudi. Rispetto ai primi giorni, lo facciamo ormai con maggior disinvoltura.

Il complesso di Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Il complesso di Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Il santuario di Kakku, che conta più di 2000 stupa, ha origini antichissime, essendo stato fondato secondo la tradizione ben quattro secoli prima di Cristo da missionari inviati dal sovrano indiano Ashoka per dare ospitalità a una reliquia del Buddha.

Con Nang Thet Thet Htwe – questo il nome della nostra deliziosa guida – visitiamo l’area archeologica addentrandoci tra i vialetti fiancheggiati dagli stupa bianchi e rosa. Ognuno è diverso, più alto o più basso, più tozzo o più slanciato, più antico o più recente, semplice o decorato, silenzioso o tintinnante, tutti custodi di storie da svelare. Un recente terremoto ha provocato danni piuttosto ingenti e ci viene raccontato che ricercatori francesi sono stati chiamati a effettuare un’analisi dello stato dei monumenti.

Kakku, uno stupa decorato [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Kakku, uno stupa decorato [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Kakku è un’esperienza multisensoriale. Infiniti dettagli – rilievi, statuette, piante – attraggono i nostri insaziabili sguardi, gli ombrellini in cima alle guglie (hti)solleticano il nostro udito con i campanellini che intonano infinite melodie accarezzati dal vento. Abbandoniamo i vialetti più affollati e ci addentriamo nel labirinto di stupa per meglio godere delle note che si propagano nel silenzio che ci circonda.

Kakku, caratteristici hti [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Kakku, caratteristici hti [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Nei numerosi templi una folla di fedeli offre candele, incenso, cibo alle sacre immagini dell’Illuminato.

Donne Pa'O in visita a Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Donne Pa’O in visita a Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
All’interno di un sacello un grosso maiale dorato è sommerso da centinaia di banconote stropicciate. Prima di chiamarsi Kakku, quest’area sacra si chiamava Wat ku, che significa “con l’aiuto del maiale” e infatti la leggenda tramanda che un cinghiale – wat in birmano – protesse il santuario da ladri e malviventi.

Il sacro cinghiale di Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Il sacro cinghiale di Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
E che dire del nome Kakku? È un termine Pa’O che significa “attraversare la frontiera” e che risale a un’epoca feudale conclusasi negli anni Sessanta del Novecento quando molte persone dovevano attraversare territori chiusi per giungere al santuario. Ad ogni modo, Kakku venne riscoperta solo nel 1996 da un giornalista occidentale giunto qui per documentare la cultura locale.

Eccoci giunti all’estremità dell’area sacra. Un’immensa pianura, parzialmente coltivata a risaie, si staglia di fronte a noi fino all’orizzonte dove grossi nuvoloni bianchi e grigi sovrastano una catena montuosa non troppo alta.

Panorama sullo Stato Shan [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Panorama sullo Stato Shan [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
La nostra esperienza sensoriale continua: dalla vista all’olfatto. Spalle alla valle, alcune donne vendono in grandi cesti le proprie mercanzie ai visitatori di Kakku: foglie di betel, frutta, tè e il tipico aglio della zona, di dimensioni molto piccole.

Kakku, venditrici di aglio [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Kakku, venditrici di aglio [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Torniamo sui nostri passi. Un soldato annoiato siede per terra accanto al suo mitra a pochi passi da lui, Nang Thet Thet Htwe si ferma di fronte a uno stupa decorato con due statuette e ci racconta dell’amore tra una donna-drago e un medico-stregone, all’origine della popolazione Pa’O.

Kakku, lo stregone e la draghessa [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Kakku, lo stregone e la draghessa [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
La leggenda racconta che un giorno la femmina di un drago giunse sulla terra e si travestì da donna. Dopo un certo tempo, ella si innamorò dell’alchimista Zawgyi e insieme andarono a vivere in una grotta nel fitto della foresta. Un bel giorno lo stregone si svegliò e andò a fare una passeggiata nel bosco, ma quale fu lo shock nel vedere la sua amata addormentata nelle sembianze di draghessa. Profondamente offeso, la abbandonò, lasciandola sola e in dolce attesa. Dal momento che il compagno non accennava a tornare, la draghessa depositò le uova in un monastero e volò via nel regno dei draghi. Quando le uova si schiusero, nacquero il re e la regina che diedero origine al popolo Pa’O. La leggenda è tramandata anche dal colorato e complesso turbante Pa’O che ricorda la testa della draghessa, mentre lo scuro vestito a quattro strati rappresenta le scaglie.

Bandiera dello stato Shan e draghessa Pa'O [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Bandiera dello stato Shan e draghessa Pa’O [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Nang Thet Thet Htwe ci racconta anche che nel primo giorno di luna piena del mese di Tabaung (a marzo), si tiene l’annuale festival Kakku Paya Pwe che attrae centinaia di pellegrini Pa’O che giungono qui a bordo dei loro carri colorati da tutto lo Stato Shan.

A malincuore lasciamo il santuario. Continuiamo ad ammirare gli stupa dalla terrazza di un ristorantino che offre pietanze locali. Nei pressi stanno sorgendo una serie di strutture ricettive. Speriamo che i Pa’O riescano a gestire un turismo sempre più numeroso salvaguardando la magia del luogo.

Dopo pranzo a piedi raggiungiamo un mercatino locale che meriterebbe una sosta più lunga. Essendo fine ottobre, però, le giornate sono brevi e ci dobbiamo rimettere in moto per viaggiare con la luce.

Mercato di Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Mercato di Kakku [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Prima di lasciare Nang Thet Thet Htwe a Taungjj ci fermiamo per una breve passeggiata in un piccolo villaggio Pa’O: l’insediamento è costituito da una serie di lotti bordati da siepi, ognuno con la tipica abitazione in bambù su palafitta, il proprio giardino, il proprio orto. Dovunque in Myanmar, con la crescita economica, lentamente ma inesorabilmente, le case di bambu vengono sostituite da case in mattoni. È solo questione di tempo, forse un decennio, forse meno, e di villaggi come questo rimarrà solo il ricordo o materiale per costruire un ecomuseo.

Villaggio Pa'O [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
Villaggio Pa’O [Foto: GoTellGo, CC BY NC ND]
E’ stata una giornata intensa. In un paio d’ore raggiungiamo la nostra prossima meta: Nyaung Schwe, nei pressi del Lago Inle.

[Maria Teresa Natale, travel designer]

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